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Forte: «Il Sinodo? Né chiusure né fughe»

Bruno Forte
Misericordia, preghiera e riflessione. Sono i tre punti irrinunciabili indicati da Bruno Forte segretario speciale del Sinodo, arcivescovo di Chieti-Vasto, teologo originale e apprezzato, a pochi giorni dall’avvio della grande assemblea sulla famiglia voluta da papa Francesco.


Tra i tanti problemi che dovranno essere affrontati qual è a suo parere quello centrale?

La crisi diffusa della famiglia. Crisi che si manifesta a tutti i livelli, non solo con l’aumento delle convivenze, delle separazioni, dei divorzi. Si tratta di un vero e proprio misconoscimento dei valori che sono alla base del messaggio cristiano, come se ciò che la Chiesa indica fosse ormai qualcosa di superato. D’altra parte, dall’Instrumentum laboris, emerge come tra i giovani ci sia un diffuso desiderio di famiglia, un bisogno di relazioni autentiche, la speranza di trovare situazioni in cui concretizzare la propria fiducia nell’amore che dura nel tempo. Atteggiamenti apparentemente contraddittori su cui saremo chiamati a riflettere.

È sbagliato affermare che dal Sinodo dovrà uscire una terapia efficace per quell’ospedale da campo in cui, almeno in parte, oggi si è trasformata anche la pastorale familiare?

Le attese sul Sinodo sono tante. Lo dimostra il numero di risposte al questionario pervenute. Ma queste attese, pur comprensibili e legittime, devono tenere conto di due aspetti. Il Sinodo si svolgerà in due tappe. Quella straordinaria di quest’anno e quella ordinaria dell’ottobre 2015. Tra le due assemblee ci sarà tempo per la riflessione. Inoltre, come richiesto da papa Francesco, il nostro scopo sarà quello di annunciare la bellezza della famiglia, la validità alta, positiva del suo scopo. Ma con un linguaggio nuovo, più adatto e più comprensibile alle società complesse della nostra postmodernità.

Il Papa ha più volte ribadito il fatto che questo sguardo dovrà essere modulato sulla misericordia.
Sì, il richiamo alla misericordia è insistente di fronte a tante famiglie spezzate. Dobbiamo trovare una strada per rendere efficace questo sguardo nuovo. E riuscire a discernere come, nel rispetto della dottrina, sia possibile andare incontro alle persone che sono in situazioni difficili, accompagnandole con un rinnovato abbraccio di tenerezza.

Ecco, proprio in riferimento al dibattito che si è innescato sulla possibilità di riammettere alla comunione i divorziati risposati, qualcuno ha fatto notare come sarebbe un po’ semplicistico pensare di risolvere le ferite di tante famiglie spezzate, rimodulando semplicemente una disposizione canonica. Il suo parere?

Direi che vanno valutati due aspetti. Innanzi tutto quello della nullità del vincolo.  Sappiamo che il Papa ha avviato un commissione per semplificare i processi. Ci si chiede se due sentenze conformi per arrivare alla sentenza di nullità siano davvero un’esigenza irrinunciabile. D’altra parte la possibilità dell’appello va mantenuta. La necessità di valutare la validità di tanti matrimoni è una questione molto delicata, che necessita di discernimento spirituale e dell’aiuto di persone esperte.

L’altro aspetto?

Riguarda chi ritiene in coscienza che il primo matrimonio celebrato sia perfettamente valido ma si trova a vivere una seconda unione stabile, che non può essere superata se non a prezzo di causare nuove sofferenze, magari per la presenza di figli verso cui si hanno doveri umani e cristiani. Spesso ci troviamo di fronte a persone di fede profonda. E cosa diciamo loro? Che basta la comunione spirituale? Ma così c’è il rischio di svalutare la forza della struttura sacramentale visibile. Dobbiamo procedere con cautela ed esplorare tutte le vie che potrebbero riammettere queste persone all’Eucarestia. Che, d’altra parte, non è sacramento dei perfetti ma dei pellegrini.

Il ricorso alla prassi ortodossa potrebbe essere preso in considerazione?

Attenzione. Anche nell’ortodossia il matrimonio rimane uno. Per il secondo o terzo cosiddetto matrimonio è prevista soltanto una benedizione da parte del sacerdote.  Si tratta di una strada che non potrà essere assunta tout court ma, alla luce della nostra tradizione occidentale, si potrebbe valutare l’ipotesi di un cammino penitenziale che concorra a risolvere queste difficoltà.

Perché oggi la sensibilità dominante sembra così distante dalle nostre posizioni sulla famiglia?

Due ragioni. Le profonde trasformazioni del contesto culturale che guarda con crescente problematicità la prospettiva di un legame eterno, fedele, irreversibile. E poi le difficoltà di comunicazione. Ecco perché dobbiamo guardare con lucidità al cambiamento in atto e trovare nuove modalità, sia linguistiche che di prassi, per rendere credibile il valore della dignità della famiglia.

Sarà possibile un’autentica apertura all’accoglienza senza ridefinire anche alcuni ambiti dottrinali?

Papa Giovanni XXIII volle che il Vaticano II avesse innanzi tutto un taglio pastorale. Credo che anche per questo Sinodo dovremmo metterci su questa strada. Non si tratta di mettere in discussione una fede radicata. Chi pensa di difendere la dottrina da un attacco combinato, non ha colto il carattere pastorale scelto dal Papa, che vuol dire scendere a toccare i problemi concreti della gente, abbracciare le sue fatiche, con uno sguardo di luce e di misericordia capace di sostenere la fede.


Abbiamo elencato tanti problemi, una nota di speranza?

La preghiera. Il Papa ha voluto che l’inizio e poi lo svolgimento del Sinodo fosse accompagnato da alcuni momenti di preghiera. L’abbiamo fatto ieri, lo rifaremo con la veglia del 4 ottobre e durante tutto il corso dell’assemblea. La preghiera ci può far capire che certe sfide non vanno risolte né con una chiusura pregiudiziale, né con un atteggiamento avventuroso, ma alla luce della fede, in un spirito di ascolto, grazie appunto alla preghiera perseverante e fiduciosa.

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